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(N°15 Pagine Marxiste - gennaio-marzo 2007) La Stratificazione della Classe Operaia Turca Che la Turchia entri o meno nella UE, si tratta di un paese importante, giovane e in forte crescita demografica ed economica. Il suo proletariato, giovane e in forte espansione, è una componente importante del proletariato mondiale. Conoscerne la composizione e stratificazione, l’organizzazione e le lotte è importante anche per avere un’idea della composizione della nostra classe in altri paesi che stanno percorrendo analoghi processi di sviluppo capitalistico, e per rapportarci ai comunisti che lavorano per orientarlo e organizzarne le avanguardie. Secondo l’Annuario Statistico ufficiale, nel 2005 dei quasi 72 milioni di abitanti della Turchia risultavano occupati 22 milioni, di cui 16,3 milioni uomini, 5,7 milioni donne (meno di un quarto delle donne oltre i 15 anni risulta ufficialmente nelle forze lavoro). L’agricoltura assorbe il 29,5% (un quinto degli uomini ma metà delle donne). In soli 4 anni ha perso 1.6 milioni di addetti e 8 punti dell’occupazione totale. L’industria occupa quasi 4,9 milioni di addetti, un quarto della forza lavoro (in crescita di 570 mila unità in 4 anni), e i servizi oltre 10 milioni di addetti, quasi il 46% del totale, cresciuti di 1,55 milioni solo negli ultimi 4 anni. I lavoratori dipendenti, in totale quasi 12 milioni secondo le statistiche ufficiali, costituiscono l’81% degli addetti nell’industria, e il 69% nei servizi (un dato superiore a quello italiano), mentre nell’agricoltura sono meno del 10%. Il forte esodo agricolo è anche un processo di proletarizzazione. ________________________ Riproduciamo di seguito la prima parte di un’analisi della redazione del giornale turco Köz sulla classe operaia turca, i sindacati e l’intervento nella classe. _______________________ Una larga fetta dei salariati in Turchia lavora in piccole imprese. Secondo le statistiche del 1998 sopra menzionate, il 56,6% dei salariati lavora in imprese fino a 25 addetti. All’incirca 1/3 dei salariati lavora in imprese con meno di 10 addetti. Nel 2001, a Istanbul dove è prodotto all’incirca ¼ del PIL nazionale, solo il 30% degli addetti del manifatturiero lavora in imprese con oltre 50 addetti. Ciononostante circa il 60% dei salariati lavora in imprese con meno di 25 addetti. Inoltre circa 1/3 di tutti i salariati e giornalieri non sono iscritti alla previdenza, sono in nero. Occorre tener presente che questa percentuale è aumentata del 50% dal 1988, in particolare per i salariati. [Nei periodi 1988-91 e 1994-95 ci furono lotte che ottennero aumenti salariali nelle grandi imprese, ma la risposta del capitale fu l’aumento del lavoro nero.] I lavoratori in nero non possono usufruire del ricovero ospedaliero e di farmaci gratuiti quando si ammalano; non hanno il diritto alla pensione. Questi lavoratori devono accettare arbitrii di ogni sorta. La maggioranza degli incidenti sul lavoro, che vedono la Turchia al primo posto in Europa e al terzo nel mondo, ha luogo nelle piccole imprese. Secondo i rapporti delle assicurazioni, 7 incidenti su 10 accadono in imprese con meno di 50 addetti. Naturalmente questa percentuale aumenta se si includono anche i lavoratori in nero delle piccole imprese. Dimensione Delle Imprese e Salari In Turchia anche i lavoratori più privilegiati vivono attorno alla soglia di povertà, che i sindacati hanno posto nell’agosto 2006 per una famiglia di 4 membri a 1870 YTL, pari a circa $1250. Tuttavia, anche i salariati che lavorano in grandi imprese con oltre 500 addetti, vale a dire il segmento più privilegiato della classe operaia, guadagnano meno di questa cifra. I loro salari netti sono circa la metà della soglia di povertà. Ne consegue che una famiglia operaia con due figli che lavora nei settori più privilegiati della classe operaia, poniamo nell’industria manifatturiera, è già difficile che oltrepassi questa soglia. Ma la stragrande maggioranza dei lavoratori in Turchia guadagna il salario minimo, e spesso meno del salario minimo – soprattutto al di fuori delle tre grandi province di Ýstanbul, Ýzmir, Ankara. Secondo i dati ufficiali, il 44% dei lavoratori regolari guadagna il salario minimo. Se si comprendono gli irregolari, pari ad 1/3 dei salariati, è chiaro che questa percentuale sale. Il salario minimo netto mensile ammonta a YTL 360 ($240), e corrisponde alla soglia di povertà assoluta stabilita dalla Banca Mondiale per una famiglia di quattro membri.
Esiste una stretta relazione tra la dimensione dell’impresa e il salario. Secondo le statistiche sui salari del 2006, mentre i salari lordi di imprese con 10-49 addetti sono di YTL 867, quelli in imprese con oltre 500 addetti guadagnano salari che giungono a YTL 1467. Supponendo che il salario minimo lordo sia di 560 YTL, si può affermare che i lavoratori che lavorano per il salario minimo o inferiore al minimo - e che rappresenta quello della stragrande maggioranza della classe operaia – guadagnano 2,5-3 volte meno rispetto ai lavoratori delle grandi imprese. Occorre Fare Attenzione Nella Distinzione Tra Grandi E Piccole Imprese La ripartizione statistica tra grandi e piccole imprese tuttavia nasconde i processi reali perché parte dal presupposto che i processi produttivi siano indipendenti l’uno dall’altro. In realtà le piccole imprese che circondano le grandi fabbriche sono parte integrante dei loro processi di produzione e non possono essere esaminate in modo indipendente dal grande capitale, che vi è organicamente collegato. È impossibile parlare di questi luoghi di lavoro che operano per lo più come industrie ausiliarie senza considerare le grandi fabbriche attorno. Allo stesso modo non si può neppure pensare a queste piccole imprese collegate tra loro da legami di intermediazione, a Benetton piuttosto che a GAP, senza considerare i monopoli internazionali. Ad ogni modo queste non sono “piccole imprese” con bassa produttività del lavoro e destinate a scomparire con lo sviluppo del capitalismo. Il numero delle piccole imprese cresce parallelamente alla, e anche come effetto della, concentrazione e centralizzazione del capitale a livello internazionale. Esse vanno viste come distaccamenti delle grandi imprese. Da questo punto di vista, le piccole imprese che producono per Benetton, sono piccole quanto lo è lo stesso gruppo Benetton.
La distinzione tra grandi e piccole imprese offusca il rapporto tra i capitali e anche quello tra i lavoratori. Le imprese di cui stiamo parlando non sono le “piccole imprese” che frantumano la classe operaia, che isolano i lavoratori uno dall’altro e impediscono la loro comunicazione. Esse devono perciò essere poste in una categoria diversa da quella che emerge nella prima fase di sviluppo dei processi di produzione capitalista. Oggi le piccole imprese sono tra loro collegate, o nella stessa area industriale o addirittura nello stesso stabilimento. Comunemente si pensa che il continuo ricambio della forza lavoro in queste imprese costituisca un ostacolo allo sviluppo di una coscienza di classe dei lavoratori, e all’organizzazione dei lavoratori in queste “piccole imprese”. Si dovrebbe invece osservare come la circolazione dei lavoratori in queste imprese aumenti l’interazione tra di essi, se pensiamo a queste imprese non come a “piccole imprese” bensì come ad un’enorme fabbrica costituita da piccoli laboratori in aree industriali o varosh (ghetti). Dopotutto, anche se i lavoratori di queste piccole imprese cambiano frequentemente laboratorio, raramente cambiano la regione in cui lavorano. I lavoratori si spostano così da un un sub-appaltatore ad un altro – tutti connessi allo stesso grande gruppo. Le Limitazioni al Diritto di Sciopero in Turchia Nell’area in cui viviamo il primo regolamento (o meglio proibizione) riguardante le lotte operaie entrò in vigore con il Polis Nizamnamesi (regolamento di polizia) del 1845, il documento che stabilisce come compito della polizia la proibizione degli scioperi. Benché i primi scioperi operai dentro i confini dell’impero ottomano sono rintracciabili già negli anni 1870, le masse operaie dell’impero ottomano conobbero per la prima volta gli scioperi con l’ondata di lotte del 1908, immediatamente dopo la dichiarazione della monarchia costituzionale. In questo periodo, nel 1908, a Salonicco, Izmir, Istanbul, Aydin, Beirut, Samsun, Üsküp e in altre province, scesero in sciopero i lavoratori di diversi settori: tabacco, ferrovie, tessile, pellami, magazzinaggio, commercio, uffici, alberghiero e intrattenimento. In breve tempo si comprese che le promesse dell’Unione e Progresso (Ýttihat ve Terakki) secondo cui la monarchia costituzionale avrebbe concesso il diritto di sciopero erano solo demagogiche. L’anno seguente il partito Unione e Progresso emanò il codice di Tatil-i Eþgal per impedire gli scioperi. Secondo tale codice, era proibito scioperare prima di aver espletato una procedura di mediazione. Esso vietava in modo assoluto lo sciopero ai dipendenti statali dei ministeri, ai lavoratori del settore bevande alcoliche e tabacco, e per i dipendenti di Duyun-u Umumiye, che svolgeva la funzione di sottosegretariato FMI dell’epoca. Veniva considerato crimine la creazione di un sindacato nei settori che forniscono servizi sociali. Neppure con l’istituzione della repubblica venne riconosciuto il diritto di sciopero, anzi, le organizzazioni operaie subirono i peggiori attacchi. Nel codice penale emanato con il pretesto delle rivolte di Þeyh Sait, scoppiate nel 1925 in 13 province del Curdistan, veniva proibita qualsiasi lotta che potesse rientrare nella categoria di sciopero. Tali divieti e punizioni divennero ancora più pesanti con la Legislazione del lavoro preparata traendo ispirazione dall’Italia fascista del 1936. Quando nel 1946 la Turchia passò al sistema multipartitico in seguito alle pressioni delle potenze imperialiste, vennero introdotti regolamenti cosmetici anche per il lavoro. Fu consentita la creazione di organizzazioni di classe, e furono così fondate le prime organizzazioni sindacali sotto il controllo dello Stato. Inoltre vennero banditi i due partiti che cercavano di organizzarsi in modo autonomo dallo Stato, Il Partito socialista di Turchia e il Partito socialista operaio contadino di Turchia. Furono chiusi anche i sindacati in cui venivano organizzati aderenti di questi partiti. Non venne neppure riconosciuto il diritto di sciopero. Nel 1950 il Partito Democratico, di opposizione, vinse le prime elezioni pluraliste con voto segreto e conteggio pubblico dei consensi, definite da molti liberali come rivoluzione popolare che aveva sconfitto la burocrazia. Benché questo partito avesse promesso la legalizzazione dello sciopero prima delle elezioni, nei dieci anni in cui rimase al potere non fece alcun passo in questa direzione. Al contrario esso aumentò la repressione contro i sindacati che riteneva intrattenessero strette relazioni con il precedente governo, per indebolirli. Perché il diritto di sciopero fosse riconosciuto legalmente si dovette attendere fino alla legislazione sui contratti collettivi di lavoro, sugli scioperi e le serrate approvata nel 1963 in seguito al colpo di Stato del 1960. Benché questa legislazione riconoscesse il diritto di sciopero, le sue norme applicative e le leggi successive introducevano importanti restrizioni a questo diritto. Un anno dopo venne proibito scioperare ai sindacati del Pubblico Impiego; l’anno seguente ancora, ai dipendenti pubblici fu vietato di aderire a lotte collettive e a movimenti. La Costituzione varata dopo il colpo di Stato del 12 settembre 1980 introdusse rilevanti restrizioni al diritto di sciopero. Per quattro anni dopo il putsch non ci fu nessuno sciopero. Il regime putschista annullò tutti i diritti del periodo 1960-80. Proibì lo sciopero politico, generale e di solidarietà. Aumentò il numero di settori a cui era fatto divieto di scendere in sciopero. Fu proibito scioperare ai lavoratori del settore acqua, elettricità, gas, carbone utilizzato per le centrali termiche e a quelli dei trasporti pubblici. Oggi il divieto è stato esteso anche ai lavoratori delle municipalizzate. I regolamenti post 12 settembre resero più facile al governo far rinviare gli scioperi con il pretesto della situazione critica del paese. Lo sciopero dei lavoratori minerari di Zonguldak, uno dei maggiori del post-12 settembre, venne proibito con il pretesto della Guerra del Golfo del 1991, un tipico esempio di decreto arbitrario. A causa di tutte queste restrizioni, scioperare senza uscire dai limiti consentiti dalla attuale legislazione significa accettare già in partenza di essere sconfitti dai capitalisti.
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